lunedì 5 maggio 2014

L’Addolorata ovvero le virtù teologali

Disse Simeone a Maria: « Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, e anche a te una spada trafiggerà l'anima». (Lc 2,34-35).
Quando pensiamo a Maria sotto la croce, ci sentiamo trafiggere il cuore per quell’immenso dolore, umanamente non possiamo non provare una profonda compassione per quella madre. Ci sembra l’immagine di ogni strazio del cuore. E lo è veramente, ma non possiamo fermarci a questo: le faremmo torto.
Maria è una donna ebrea: fin da piccola le avevano insegnato che Israele attendeva il Salvatore, il Messia, il nuovo Re discendente di David che avrebbe ricostruito il Regno di Israele e per i Giudei non c’era differenza tra la loro nazione, il loro popolo, e il “Regno di Dio” perché loro erano governati da Dio mediante la sua legge. Poi un giorno, quando era ancora solo una ragazza, l’angelo le aveva annunciato che sarebbe stata lei la madre del Re.
Ora quel Re pende da una infamante croce, nudo,  coperto di piaghe e di sputi, la sua corona è di spine: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. 3Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,2-3). "Costui è il re dei Giudei"! (Lc 23,38).
Lei è lì, con sua sorella, con Giovanni e Maria Maddalena, pochi altri. Gli amici li hanno abbandonati e le persone estranee presenti, come a “godersi lo spettacolo”, lo deridono e insultano: c’è spazio solo per la più cupa disperazione.
Al posto suo, al posto di Maria intendo, basterebbe infinitamente meno per sentirsi perso, per ribellarsi a Dio, per chiedergli e chiedersi: «Perché? Allora non era vera la tua promessa. Allora mi hai abbandonata! Non è giusto! Che ho fatto io di male per meritare questo?»
No, umanamente non è proprio accettabile stare lì sotto la croce di quel figlio tanto amato, che è «passato beneficando tutti», Lui il Giusto, Lui l’atteso da secoli, Lui in cui l’Altissimo si è compiaciuto e manifestato. No, umanamente non è proprio accettabile. Lui che sembrava la Speranza del mondo, ora appare come la più sconvolgente delusione. Tutto sembra crollare lì sul Golgota. Maria è in piedi.
E’ lì, sotto la croce, la spada predetta le trafigge l’anima, ma lei non perde la fede: lei crede veramente che la volontà di Dio è buona; lei, come sempre, come il Figlio, è abbandonata al Padre. Il suo dolore è terrificante, ma lei ne fa offerta insieme al Figlio.
In quel momento lei è già la Chiesa, è il Sacerdote che offre a Dio la vittima innocente, è la personificazione del sacerdozio regale di tutto il popolo dei redenti.
Lei non perde la speranza, anzi spera contro ogni ragionevole speranza. Lei non dubita della resurrezione. Certo Gesù, come aveva insegnato agli apostoli, cercando di prepararli e di far capire loro cosa doveva avvenire, l’avrà spiegato anche a sua madre, ma mentre loro non hanno capito, non hanno voluto capire perché non hanno accettato di abbandonare la “loro” idea del nuovo Regno, con qualche sogno di grandezza personale, Maria ha creduto alla Parola di Dio, a quel Figlio ricevuto dallo Spirito Santo. Lei è già la Chiesa che spera nel “nuovo Regno” di Dio, nei cieli nuovi e nuova terra, lei attende con fiducia la resurrezione prima del Figlio e poi di tutti i figli.
Mi piace immaginare che lei avesse già preparato un veste nuova, più bella, più regale per il Figlio suo risorto, quando avrebbe abbandonato nella tomba vuota le bende e il sudario.
Maria, lì sotto la croce, ama come il Figlio e insieme al Figlio, l’umanità peccatrice perché sia salvata e, col suo dolore silenzioso, offrendo il Figlio offre se stessa, offre la sua vita.
Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché il mondo abbia la vita, la Madre, ricolma di Spirito Santo, ama in comunione con il Padre, offrendo il Figlio.
Lei, l’umile ancella, conosce il suo ruolo, la sua vocazione particolare, unica: ricevere il Figlio dalle mani del Padre per rioffrirlo al Padre per il mondo. Lei non fa progetti suoi, è appunto l’umile ancella, esegue i progetti di Dio nella parte che le è assegnata. La sua vita è posta completamente al servizio del suo Signore, amato veramente sopra ogni cosa: Maria è icona e profezia di tutta la vita consacrata della Chiesa che nasce dal Figlio, espressa nel massimo grado di perfezione.
Sicuramente già da tempo conosceva quale strada avrebbe percorso Gesù: per tanto tempo aveva “conservato” quello che si diceva di lui, “meditandolo nel suo cuore”. Lui adolescente, ritrovato dopo ansiosa ricerca nel tempio di Gerusalemme, aveva cominciato a dirle apertamente che doveva “occuparsi delle cose del Padre suo”. E mentre lui cresceva, lei comprendeva sempre di più la volontà di Dio, tanto che poi alle nozze di Cana proprio lei lo spinge ad iniziare la sua missione: «Non è ancora giunta la mia ora!» le risponde Gesù, ma lei in quegli sposi vede l’umanità bisognosa della redenzione e  senza esitare dice ai servi: «Fate quello che vi dirà.» Offre già il Figlio. Maria è già la Chiesa che intercede per i peccatori e i bisognosi.
Ora la vediamo lì sotto la croce: un cammino annunciato, quello del Figlio, ma anche il suo.
Questo secondo «fiat» pronunciato nel dolore straziante della passione, in silenzio, è più forte del primo «fiat» consegnato all’Arcangelo Gabriele al momento dell’ annunciazione perché allora c’era la promessa di una maternità regale, benché a rischio di lapidazione se Giuseppe l’avesse denunciata, ora invece c’è  l’assurdità dolorosa e sconcertante della croce e della morte. «Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici», Maria sotto la croce è carità vivente. E’ lei stessa martire perché ogni madre vorrebbe morire al posto del figlio.
Noi guardiamo attoniti al suo dolore, ma lei, più che chiedere compassione, sembra invitarci: «Figli miei, lasciatevi trafiggere anche voi l’anima per i peccati del mondo: pregate per il perdono dei peccati, offrite sacrifici di lode e di giustizia e ogni vostra sofferenza diventi un fiore sull’altare, una candela accesa per chi è nel buio».
E poiché l’amore genera la vita, in quel momento della morte del Figlio, lei diventa madre della nuova umanità: la lancia trafigge il cuore di Gesù e l’anima di Maria e da questa doppia ferita siamo stati generati. Per questo la Chiesa la chiama “corredentrice”.
Gesù dalla croce la affida a Giovanni, il discepolo fedele, il discepolo amato, che proprio in questo identificherà il senso della propria vita: nell’essere “il discepolo amato”, profezia di tutti i battezzati. E affida Giovanni a Maria come figlio: lei Madre di tutti i battezzati, Madre della Chiesa.
Lei è obbediente al Padre, come il Figlio, non per una resa forzata a chi è più forte, non con una rabbiosa sottomissione ad un padrone che impone sofferenza e neanche per rassegnazione, ma per libera adesione filiale alla volontà del Padre, per condivisione del suo progetto di salvezza dell’umanità, come il Figlio. Lei è la fede che diventa obbedienza, è la speranza che diventa fortezza nell’obbedienza difficile, è la carità che fa dimenticare se stessi, le proprie ragioni, le proprie aspettative per servire l’altro secondo la volontà di Dio. Maria si fa uno col Padre e con il Figlio perché ricolma dello Spirito Santo: anche lei diviene carità.
Maria Addolorata è l’icona vivente delle virtù teologali fede, speranza e carità che la Chiesa, che sta nascendo dal cuore aperto di Cristo, è chiamata a vivere fino alla fine del mondo perché si compia per tutta l’umanità la salvezza. La Chiesa mentre nasce dal Signore crocifisso è già formata in Maria.
La Vergine Santa è Addolorata: sono le doglie del parto dell’umanità redenta.

                                                                                                              Silvia Campanella

                                                                                                                         2/5/14

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